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LEBISTES… LA MIA STIRPE

 Autore: Raffaele De Carlo

Cenni tassonomici e distribuzione geografica

Il Lebistes fu descritto come Poecilia reticulata da W. Peters nel 1859 e come Lebistes poeciloides da De Filippi nel 1861. Fu chiamato anche Girardinus guppii da A. Günther in onore di Robert John Lechmere Guppy, che ne mandò alcuni esemplari da Trinidad al Museo di Storia Naturale di Londra. Fu riclassificato come Lebistes reticulatus da Regan nel 1913, finché nel 1963, Rosen & Bailey riportarono la specie al nome originale, Poecilia reticulata. In tutti i casi il nome "guppy" è rimasto come nome comune della specie, anche se attualmente “Girardinus guppii” è considerato solo un sinonimo di Poecilia reticulata.
Il pesce è diffuso in Sud America, nei fiumi e nei laghi di Antigua, Barbados, Brasile, Guyana, Jamaica, Antille Olandesi, Trinidad e Tobago, isole Vergini americane ed in Venezuela. Predilige acque non troppo mosse, con fitta vegetazione. Si trova con più facilità quindi, in polle, anse e ruscelli e laghetti, piuttosto che nelle zone libere dei fiumi e laghi più grandi. Onnivora per eccellenza, nel secolo scorso la specie è stata introdotta gradualmente praticamente in tutti i continenti, in zone tropicali e sub tropicali ed anche in acque salmastre ed addirittura marine, principalmente per la lotta alla malaria, essendo le larve di zanzara uno dei suoi cibi preferiti. In molti casi però, questi interventi hanno più che altro nuociuto alla fauna locale, data l’estrema adattabilità e prolificità di Poecilia reticulata, seconde solo al suo “parente” Gambusia affinis.

La Stirpe
Parlare della mia stirpe di Lebistes (il nomignolo Guppy non mi è mai andato giù..) è un po’ parlare dei miei ultimi 31 anni e passa di esperienze acquariofile. Più volte miè stato chiesto da amici e consoci del G.A.S. di descrivere tale mia lunghissima esperienza con questa specie, ma, un po’ per un motivo, un po’ per l’altro sinora non l’ho mai fatto. Forse soprattutto perché, in fin dei conti, non sono mai stato eccessivamente appassionato dei Lebistes! Mi piacciono, è vero, ma in quasi tutte le vasche in cui li ho tenuti ed allevati, non rappresentavano mai la specie preminente, ma erano, per così dire, un naturale contorno ad altre specie…. Le più diverse: si va dai Poecilia velifera, ai Pelvicachromis, ai Colisa, ai Betta, alle Rasbore, a vari Loricaridi (… e fin qui…), per arrivare agli Scalari, alle Botia, ai Monodactylus, agli Scatophagus (!!) e per finire ai Dascyllus, Amphiprion, Chaetodon (!!!).
Insomma, qualunque fosse la vasca che stessi per allestire era pacifico che qualche coppia di Lebistes, in un modo o nell’altro vi sarebbe arrivata! Il trucco per far funzionare queste strane ed a volte improbabili convivenze era ed è molto semplice e disarmante nello stesso tempo: e’ sempre stato sufficiente inserire i pesci più grandi fin da piccoli (2-3 cm al massimo), in un acquario già ampiamente popolato da Lebistes. In questo modo anche pesci notoriamente predatori come gli Scatophagus ed i Monodactylus, si abituano alla presenza del branco di Lebistes e li lasciano in pace anche crescendo di dimensioni. Magari sporadicamente si nutrono di qualche avannotto ma nulla di più. Solo in un caso dovetti rinunciare alla convivenza: nonostante fossero ancora piccoli, i Tetraodon palembagensis, di convivere pacificamente con i Lebistes non ne hanno mai voluto sapere (mentre invece non degnavano di uno sguardo Corydoras e Pangio)!
Ma andiamo con ordine, o almeno, tentiamoci: nel 1984, (ero già acquariofilio da 10 anni) con l’intenzione di avviare un piccolo allevamento selettivo, acquistai un maschio (coda a delta, gialla striata, foto 1) e due femmine (grigie) di Lebistes.

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Foto 1. Maschio con coda a triangolo (Foto web Hristo Hristow)

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Foto 2. Femmina grigia. Si noti la gravidanza in stadio avanzato.

Avevo preparato, mi pare, quattro vaschette da 40 litri ciascuna laddove suddividere i futuri avannotti. Il progetto però, si arenò quasi prima di nascere perché, pur avendo i pesci già alacremente cominciato a riprodursi, il sottoscritto decise di partire volontario nell’esercito come Allievo Ufficiale Artigliere. Al momento della partenza quindi, smantellai le vasche e “rovesciai” i Lebistes, che erano già una trentina, nell’acquario misto, che fu affidato alle cure dei miei genitori. Si trattava di una vasca di una ottantina di litri dove vivevano vari Anabantidi, qualche Brachidanio rerio e Xiphophorus helleri (residuo di un mio precedente allevamento), qualche Corydoras, un’ulteriore femmina di Lebistes “giallo intenso” e, mi pare, un Ephalzeorinchos kallopterus ed un Botia modesta. Al mio ritorno definitivo a casa, dopo 15 mesi e con tanto di stellette di tenente sulle spalline, quest’acquario godeva ancora di buona salute, solo che stava letteralmente “scoppiando”: i Lebistes erano almeno 200 e probabilmente solo grazie al potente filtro Eheim che per precauzione avevo montato prima di partire, reggeva ancora!

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Foto 3. Maschio a dominanza rossa.

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Foto 4. Maschio nato nell’acquario dell’Autore.

Fu in quell’occasione che cominciai a regalare i primi Lebistes ad amici, parenti e negozianti, abitudine che mi è rimasta sino ad oggi. Non ho mai fatto stime, ma credo che da allora abbia regalato qualcosa come 4-5000 Lebistes per tutto il Salento. Alcuni so per certo che sono finiti a Napoli, altri (parecchi) a Roma, molti in Grecia ed altri chissà dove.
Da allora, come dicevo all’inizio, i miei Lebistes sono stati il fil rouge di tutte le mie vasche; anche solo enunciarle tutte, in questa sede, sarebbe impossibile, mi limito quindi a descriverne qualcuna di quelle più particolari. Un bel giorno decisi di trasformare in marino, passando per il salmastro, un acquario d’acqua dolce di discrete dimensioni (110x40x60 cm) popolato da 5 giovani Scatophagus argus e una quarantina dei miei Lebistes. Nell’arco di un anno aumentai gradatamente la salinità dell’acqua, tramite frequenti cambi parziali e nel contempo sostituivo man mano parte dell’allestimento interno con altro più idoneo al salmastro ed al marino (via le radici di torba, dentro le rocce calcaree, via le rocce laviche, dentro le madrepore). Per alcuni mesi, quando l’acqua era ormai salmastra, l’acquario ospitò anche due Toxotes chatareus di un mio amico. Alla fine mi ritrovai con un acquario marino dove convivevano felicemente 2 Scatophagus (degli altri tre uno morì e due li regalai perché le battaglie fra di loro erano diventate troppo cruente), 2 Amphiprion percula, 2 Dascyllus aruanus e… una ventina di Lebistes che giocavano tra le madrepore…. L’aggiunta di un Chaetodon collare pose la parola fine ai nuovi nati: già in acqua marina i Lebistes si riproducevano molto meno, ma il Chaetodon, con la sua boccuccia, dava una caccia serrata agli avannotti riuscendo a stanarli anche nei luoghi più angusti dell’acquario. In compenso il piccolo Chaetodon crebbe molto velocemente e bene!
Fu in quel periodo (1990-1991) che un affermato negozio di acquari di Lecce cominciò ad offrire alla clientela strani e grossi Lebistes d’acqua marina…. Ma fu sicuramente una coincidenza….
Un’altra strana convivenza i miei Lebistes la ebbero con sei esemplari di Monodactylus sebae, specie a cui sono molto affezionato. Non andò tutto alla perfezione ma finché i Monodactylus non superarono i 9 – 10 cm i Lebistes poterono tranquillamente vivere e riprodursi. Dopo… cominciarono i guai: I Monodactylus cominciarono prima sporadicamente, ma poi sempre più spesso, ad inseguirli ed a cibarsi degli esemplari più piccoli, ma anche in questo caso l’istinto di sopravvivenza dei Lebistes era incredibile: stazionavano quasi tutti appena sotto il pelo dell’acqua (posizione in cui i Monodactylus difficilmente riuscivano ad acchiapparli) e quando la situazione si faceva critica sfrecciavano da ogni parte, disorientando i Mono, che non sapevano quale inseguire. Per evitare la catastrofe comunque, fui poi costretto a trasferire la stirpe in altro acquario, anche se quando mi misi a pescarli mi resi conto che in quell’acquario vi erano ancora più di 50 Lebistes!

D’estate parte dei miei Lebistes va in vacanza: avendo in giardino due pilozze in pietra che utilizzo per la coltivazione delle ninfee, soprattutto al fine di evitare di avere troppi ronzii intorno, verso aprile/maggio vi trasferisco un piccolo gruppo di 6–7 Lebistes per pilozza. I pesci fanno il loro dovere egregiamente e per tutta l’estate vanno a caccia delle larve di zanzara facendomi evitare i ronzii di cui sopra. Sebbene, soprattutto gli esemplari più piccoli, non siano in grado di nutrirsi di una larva di zanzara adulta o, peggio, di una ninfa che sta per sfarfallare, essi sono perfettamente in grado di mangiare in gran numero le larve appena nate, evitandone l’accrescimento. In questo sono dei veri maestri. Verso ottobre/novembre, dato che i Lebistes non sopportano temperature inferiori a 14-15 gradi, li riporto a casa e dai 6/7 esemplari introdotti nella pilozza ne recupero almeno un centinaio…. D’altra parte i Lebistes devono tener fede anche al loro altro nome comune di Pesce Milione.

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Foto 5. Maschio variegato.

Durante gli ultimi dieci anni la Stirpe attraversa un periodo di tutto riposo: l’accentuazione della mia passione per i Loricaridi fa sì che i Lebistes scorrazzino indisturbati per i miei acquari, in compagnia tutt’al più di qualche Rasbora pauciperforata. Ho notato che, al pari dei ben noti Labroides dimidiatus della barriera corallina, anche i Lebistes prestano i loro servizi di pulizia nei confronti di altri pesci: spesso nei miei acquari, grossi esemplari di Panaque, Leporacanthicus, Pterigoplychtys ed Hypostomus, vengono circondati dal branco di Lebistes che si dedica alla pulizia della loro corazza e delle loro pinne arrivando perfino a pulire l’interno della loro bocca. Ciò accade soprattutto dopo che questi Loricaridi hanno terminato il loro pasto (prevalentemente a base di zucchine bollite). La cosa veramente interessante è osservare la quasi completa immobilità di questi grossi pesci mentre i Lebistes si dedicano alla loro pulizia! Probabilmente ciò avviene anche in natura dato che le specie condividono, più o meno, lo stesso habitat geografico.

31 anni di osservazione sulla stirpe
La prima considerazione che feci tanto tempo fa sul comportamento dei Lebistes riguardava il fatto che fossero considerati predatori dei loro stessi avannotti. In effetti ciò succede, ma soltanto quando gli adulti, magari perché provengono da un allevamento intensivo, non sono abituati a vedersi intorno gli avannotti. Acquistando invece anche solo un piccolo branco di Lebistes, ci si accorge che, dopo i primi parti, che vengono quasi sempre predati, gli adulti gradualmente non si interessano più ai piccoli e li lasciano crescere a volontà. Nei miei acquari gli avannotti (più o meno sempre presenti) hanno sempre formato piccoli branchi a sé stanti, per poi unirsi al branco degli adulti man mano che crescono.
Col passare del tempo, mi sono poi convinto di un’altra cosa: gli autori che nella letteratura specializzata affermano che una continua riproduzione tra Lebistes provenienti dagli stessi capostipiti e quindi con materiale genetico affine “porta alla lunga inevitabilmente ad una degenerazione della specie favorendo la nascita di esemplari piccoli, malformati e/o sterili”, affermano, a mio modesto avviso, il falso! La mia stirpe deriva unicamente da un maschio con livrea molto simile a quello raffigurato nella fotografia 1; due femmine grigie (simili a quelle in foto 9 e 10) e da una femmina gialla (simile a quelle in foto 11 e 12). Tali pesci furono tutti acquistati nel 1984 e da allora non ho mai aggiunto esemplari di diversa provenienza.

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Foto 6. Coppia di Poecilia reticulata. In basso il maschio.

I continui accoppiamenti consanguinei non hanno quindi avuto alcun risultato degenerativo. Ho potuto notare, invece, nel corso degli anni (decenni), una continua variazione delle dimensioni e colorazione dei pesci. I maschi raffigurati nelle foto 3-4-5-6-7 e 8, derivano tutti dal maschio originario simile per colorazione a quello della foto 1.

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Foto 7. Maschio.

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Foto 8. Trio di Lebistes composto da due femmine ed un maschio (al centro).

Quelle documentate non sono che pochissimi esempi delle innumerevoli variazioni di forma e colore della coda e del corpo dei maschi che ho potuto osservare nella mia stirpe in 30 anni. Ne deriva che in un unico maschio e in tre femmine erano presenti tutte le forme e colorazioni dei Lebistes normalmente oggi in commercio.

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Foto 9. Un gruppo di Lebistes nuota nell’acquario ben erborato dell’Autore.

Non ho mai riprodotto la specie selettivamente, quindi non sono in grado di affermare se, facendo riprodurre tra di loro una data varietà, le generazioni successive “fissino” o meno alcune caratteristiche, ma credo di poter ipotizzare una risposta negativa.
Nelle femmine ho notato che la colorazione grigia è il gene dominante mentre quella gialla è recessiva: non ho mai visto partorire esemplari gialli da una femmina grigia, mentre le gialle hanno sempre partorito in maggioranza esemplari grigi. Solo il 10–20% delle nascite di queste ultime è rappresentato da esemplari gialli.

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Foto 10. A sinistra una femmina grigia corteggiata dal maschio.

Il carattere giallo nei maschi si presenta invece solo con una minore intensità di colorazione del corpo, che tende al giallastro. Interessante è notare anche che, confrontando anno per anno la stirpe presente in uno stesso acquario e quindi vivente sempre nel medesimo habitat, vi sia, durante alcuni anni, prevalenza di esemplari maschi con coda rossa (come attualmente), in altri prevalenza di esemplari con coda gialla o di altro colore, in altri ancora con coda divisa in due o con una spada all’estremità superiore della coda stessa.
Se si raffigurasse matematicamente la stirpe su assi cartesiani, si avrebbero delle vere e proprie “onde” annuali, ciascuna con prevalenza di una varietà di esemplari sulle altre. Le cause di queste variazioni mi sono totalmente sconosciute, ma forse si tratta, per così dire, di “ondulazioni genetiche” della specie, quasi un’evoluzione darwiniana verso esemplari sempre più adattati all’ambiente circostante… ma sono solo mie supposizioni.

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Foto 11. Gruppo assortito di Lebistes. A sinistra una femmina gialla si distingue nettamente dal resto del branco.

Ciò che incide invece prevalentemente, sulle dimensioni, colorazione e sulla vivacità e prolificità dei Lebistes sono la temperatura e la qualità dell’acqua: la temperatura ottimale per i Lebistes, per quanto ho potuto osservare, si aggira intorno ai 22–25 gradi. A queste temperature la mia stirpe si presenta attivissima e vivace e le femmine sono praticamente sempre gravide. A temperature più basse (18-20 gradi) i pesci si presentano meno attivi e le nascite diminuiscono. A temperature ancora più basse (16-18 gradi) i pesci sopravvivono ma si muovono di meno e mangiano poco. Sotto i 15 gradi muoiono nel giro di 24 ore. A temperature superiori invece (28-30 gradi), i pesci risultano iperattivi e la loro longevità diminuisce. Se si raggiungono poi i 31-34 gradi centigradi, una grande percentuale di avannotti presenta malformazioni alla colonna vertebrale, i pesci vivono ancora meno e restano di piccole dimensioni.

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Foto 12. Gruppo di Lebistes.

Ma ciò che non piace al Lebistes è l’acqua “vecchia”: probabilmente sono parecchio sensibili alla concentrazione di nitrati dell’acqua stessa, che non faccio mai salire oltre i 50-60 mg/l. Personalmente cambio metà dell’acqua dei miei acquari ogni 15-20 giorni. Se gli intervalli sono più lunghi (1-2 mesi o più) i pesci diventano meno attivi, i maschi tendono a “stringere” la coda, rimanendo nelle vicinanze del fondo o appena sotto il pelo dell’acqua e nutrendosi di meno. Con valori di NO2 superiori ai 150 mg./l il pesce rischia di morire.
Riguardo ai restanti valori biochimici dell’acqua, ho notato che i Lebistes risultano più a loro agio con pH alcalino (7,2 – 7,5) mentre la durezza è opportuno che sia superiore ai 10, meglio ancora, 15 dGH. Valori di durezza sotto i 6-7 dGH hanno come risultato un percepibile “intontimento” del pesce che si muove come se fosse ubriaco e lentamente.
E in acqua salmastra e marina? Beh, se abituati gradatamente i Lebistes sopportano molto bene soprattutto l’ambiente salmastro. I pesci diventano in genere di dimensioni maggiori ma il numero e la quantità di avannotti nati calano vistosamente. In acqua marina il pesce si riproduce ancor meno (si e no 2-3 parti all’anno). In compenso i Lebistes da me allevati in acqua salmastra e marina sono quelli che hanno raggiunto le maggiori dimensioni: 6 cm. senza la coda per le femmine e 3 per i maschi, che sono poi le dimensioni massime della specie così come descritta nella letteratura specializzata.
Da ultimo, una particolarità: la mia stirpe, dopo 31 anni di “isolamento” risulta composta da esemplari veramente robusti e relativamente poco esigenti, poco inclini ad ammalarsi e molto prolifici. Convive tranquillamente, come già descritto, con le specie più disparate di pesci d’acquario, ma con un’eccezione: non può più convivere con altri Lebistes, né con altri rappresentanti della famiglia dei Pecilidi! Qualora inserisca in una mia vasca un Lebistes proveniente da altro allevamento ovvero un semplice Platy o Xiphophorus, tutti i miei Lebistes presenti in vasca muoiono in pochissimi giorni, senza presentare alcun sintomo di malattia! Verosimilmente il loro isolamento trentennale nei confronti dei loro consimili ha fatto sì che essi si trovino attualmente sprovvisti di qualche anticorpo atto a proteggerli da non meglio specificate malattie che nel frattempo sono comparse negli allevamenti di tutto il mondo… Un altro mistero, magari su cui indagare in futuro, del variopinto mondo dei Lebistes reticulatus.

Fotografie (tranne la n° 1, dal web): Studio fotografico Sandro Oliè – Monteroni (LE), raffigurano esemplari della stirpe ottenuta dall’Autore.

L’autore: Raffaele è uno dei soci della “vecchia guardia” del Gruppo Acquariofilo Salentino. Classe 1963 ha allestito il suo primo acquario nel 1974, a soli 11 anni, e da allora l'hobby dell'acquario non l'ha mai più abbandonato. Nei suoi acquari non è raro scorgere tra le piante esemplari di età da guinness dei primati. Si è dilettato ad allevare sia pesci d’acqua dolce e sia pesci marini, ma non ha mai negato il suo amore per i grandi loricaridi sudamericani e per i pesci tropicali d’acqua salmastra del genere Monodactylus.




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